Ecco come fare vivere la nostra speranza

18/01/2012 17.35.57 Segnala ad un amico

In questi giorni, non pochi compagni e compagne, determinati a non rassegnarsi alla chiusura del giornale e ostinatamente impegnati nella sottoscrizione, mi rivolgono la stessa ragionevolissima domanda. Che è questa: «Quanto serve, nelle condizioni date, per riportare il giornale in edicola?». Si tratta, come è facile capire, di una domanda fondata, per non andare in guerra contro i mulini a vento e per commisurare lo sforzo all’obiettivo.
Ebbene, nelle condizioni date, servono due milioni all’anno, pari all’entità del taglio con cui Berlusconi e Monti hanno prosciugato il Fondo per l’editoria. Una cifra enorme, a maggior ragione se messa in relazione alla totale impossibilità dell’editore, del partito, di mettere ulteriore denaro nel giornale o anche soltanto di finanziare la liquidità necessaria, considerato che le banche non ci erogano un euro di credito.
Naturalmente, non ci concederemo un attimo di tregua nella battaglia per ottenere dal governo ciò che spetta di diritto a noi e agli altri giornali di partito, di idee e cooperativi. Ma bisogna sapere che lo scontro è impari, perché non c’è innocenza nel comportamento con cui il governo ci condanna al silenzio.
Se dico questo non è per deludere le speranze o le aspettative di coloro – e per fortuna sono tanti – che considerano una iattura lo spegnimento della nostra voce ma, al contrario, per rendere tutti e tutte consapevoli delle difficoltà obiettive e che il futuro di Liberazione è anche nelle nostre mani.
Due milioni di euro, questo è l’obiettivo.
Dunque, alla domanda rispondo: se non potremo/sapremo raggiungere questo risultato, Liberazione non tornerà nelle edicole. Al di sotto di esso il progetto editoriale dovrà modularsi, proporzionarsi alle risorse effettivamente disponibili, nel mix fra le residue risorse pubbliche e gli importi della sottoscrizione. A quel punto faremo virtù di quanto avremo messo in cascina e vedremo su quale strumentazione potere realisticamente puntare (il sito, il giornale in pdf, un settimanale, un telegiornale, o l’intreccio multimediale dei diversi canali di comunicazione).
Una mission impossible? Forse. O forse no.
In questi giorni capita di incontrare chi con un velo di ironia sottolinea l’enormità di una simile sfida, in passato mai vinta, ma forse – aggiungo io – mai davvero tentata. E allora vi dico: proviamoci sul serio, fino in fondo.
Mettiamoci all’opera, facciamo lavorare la fantasia, inventiamo cento diverse iniziative, decentrate nei territori.
Le lettere che quotidianamente pubblichiamo nella versione on line forniscono lo spunto per tante possibili idee a cui ogni federazione, ogni circolo possono ispirarsi per promuovere strategie di fund raising, oltre alle pur preziosissime, tradizionali cene di sottoscrizione.
Metto in fila alcune proposte, fra le tante pensabili.
E’ possibile individuare, in tutta Italia, (almeno) 1000 persone disponibili ad investire (almeno) 1000 euro per la sopravvivenza di Liberazione? Per sostenere questo appello alla salvezza del giornale i “garanti” del Fondo speciale istituito per la sottoscrizione (Marco Bersani, Sergio Cofferati, Alessandro Dal Lago, Gianni Ferrara, Carla Ravaioli, Annamaria Rivera), si sono resi volentieri disponibili a scrivere una lettera che renderemo pubblica nei prossimi giorni. Ancora: è possibile chiedere ad artisti - sempre sensibili al tema della libertà di espressione e dunque all’importanza del pluralismo dell’informazione – di donare loro opere con le quali organizzare aste pubbliche il cui ricavato sia interamente devoluto al giornale, sul modello dell’esperienza realizzata con successo a Roma due anni fa? E’ possibile stampare le pagine che produciamo in pdf e diffonderle nei mercati, nelle piazze, davanti alle fabbriche, chiedendo ai cittadini e ai lavoratori di contribuire affinché non venga messa a tacere una voce fra le pochissime fuori dal coro, una voce che parla senza censure delle loro vite, dei loro problemi e delle loro lotte?
Insomma, vorrei tanto che ci dimostrassimo capaci di impartire una lezione a quanti ci hanno in odio – per ciò che scriviamo, rappresentiamo, proponiamo – e riuscissimo a dire loro: «Ebbene, signori, non ci siete riusciti, noi comunisti siamo vivi e vivremo, a dispetto di ogni vostro sforzo per cancellarci».

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